Il Ramen di Mezzanotte e il lettino di Freud: la vera Psicanalisi italiana
Ora, non so se sia stata colpa dell’ora decisamente tarda o di quell’eccellente ramen che, in un impeto di pura fame gastronomica, ho voluto addirittura fare il bis.
Fatto sta che la notte si è trasformata in un deserto di insonnia, un corpo a corpo ravvisato tra il mio metabolismo e la cucina del Sol Levante. In quel brevissimo, tormentato squarcio di sonno che mi è stato concesso, la mia mente ha partorito un palcoscenico bizzarro: ero a tavola, ma non con Deborah. Di fronte a me, con lo sguardo severo dietro le lenti e l’immancabile sigaro tra le dita, sedeva lui: Sigmund Freud.
Non eravamo lì per una formale tazza di tè, ma per una disquisizione filosofica feroce. Lui, brandendo i suoi saggi, insisteva con teutonica fermezza che l’universo intero si muovesse sull'asse del sesso e della libido repressa. Io, con la lucidità psicotica che solo un doppio ramen giapponese a mezzanotte può donare, scuotevo la testa, spiegandogli che aveva clamorosamente sbagliato coordinate geografiche.
"Caro Sigmund," gli ho detto, guardandolo dritto negli occhi mentre tentavo di digerire l'inconscio, "te lo devo dire con la franchezza che si deve ai grandi spiriti: hai passato l’esistenza a convincere il mondo che ogni nevrosi nasca da un trauma sessuale. Tutto molto affascinante, per carità. Ma chiaramente non hai mai cenato in Italia."
Se il padre della psicanalisi fosse nato tra il Po e il Mar Ionio, avrebbe capito che il vero motore del nostro popolo non è il sesso, ma il carboidrato.
La nostra non è una civiltà fallocentrica; è una civiltà gastrocratica. Da noi, il complesso di Edipo non si risolve tagliando i ponti con la madre, ma implorandola di non mettere troppa panna nei tortellini.
Laddove la psicanalisi viennese vede impulsi repressi, l'antropologia italiana vede semplicemente un calo di zuccheri o un errore di cottura. Abbiamo sostituito il lettino dello psicologo con la sedia della cucina, e le varie regioni italiane non sono altro che diversi stadi di una gigantesca nevrosi collettiva che si cura a tavola.
1. La Lombardia e il Narcisismo del Risotto
A Milano e dintorni, l'Es freudiano (il serbatoio delle pulsioni inconsce e caotiche, governato dal principio di piacere) è stato completamente rimosso e sostituito dal fatturato. Di conseguenza, il sesso è un intermezzo inefficiente, mentre il risotto allo zafferano è una questione teologica.
Il lombardo non soffre di ansia da prestazione a letto, ma di "ansia da mantecatura". Se il riso non è "all'onda", scatta la depressione clinica. La cotoletta alla milanese, rigorosamente con l'osso, è l'unico vero oggetto del desiderio: una proiezione dell'Io che deve essere dorata, croccante e, soprattutto, performante.
2. L'Emilia-Romagna: L'Eterno Stadio Orale
Se Freud cercava la regressione infantile nei sogni, in Emilia la trovi direttamente nel piatto. Qui siamo nel regno della fissazione orale assoluta. Il ragù non è un condimento, è il liquido amniotico della regione.
Il Tortellino: Rappresenta l'ombelico del mondo (e non solo in senso metaforico).
La Sfoglia: È la figura materna suprema, un archetipo junghiano che brandisce il mattarello per scacciare i demoni dell'infelicità. In Emilia, l'angoscia esistenziale si risolve semplicemente aumentando il numero di uova per chilo di farina.
3. La Campania e l'Es Sublimato nella Pizza
A Napoli, la teoria della sublimazione raggiunge vette sublimi. Perché torturarsi con i complessi di colpa quando puoi stendere un panetto di margherita? La pizza è l'anestetico dell'anima.
Mentre l'uomo moderno si arrovella sul senso della vita, il campano sa che il senso della vita lievita per 48 ore. Mangiare una sfogliatella non è un peccato di gola, è un atto di resistenza psicologica contro le storture del mondo. Il sesso? Un ottimo passatempo tra il pranzo e la cena, ma vuoi mettere il brivido di un cornicione perfettamente alveolato?
4. Il Sud Profondo: Il Super-Io della 'Nduja e del Cannolo
Scendendo in Calabria e in Sicilia, la faccenda si fa tragica e teatrale, quasi shakesperiana. Qui il cibo non è un piacere, è una catarsi, una sfida della carne contro lo spirito.
La 'Nduja calabrese: Non è cibo, è un esorcismo. Il piccante serve a testare la resistenza dell'Io contro il dolore del mondo. Se sopravvivi alla colazione, la giornata non può farti paura.
Il Cannolo siciliano: È la sintesi perfetta del contrasto freudiano tra Eros e Thanatos. La scorza dura e croccante (la difesa della psiche) che racchiude la crema di ricotta dolce e avvolgente (il desiderio proibito). Rifiutare un cannolo non è maleducazione, è un tentato suicidio psichico.
Svegliandomi di soprassalto nel cuore della notte, con il sapore del ramen ancora vivido e lo spettro di Freud ormai svanito nel buio della camera, ho capito la grande verità: l’italiano non sublima il sesso attraverso l'arte o la letteratura; lo sublima attraverso la scarpetta nel piatto.
Le nostre liti familiari non nascono da incomprensioni caratteriali, ma da divergenze sul punto di fumo dell'olio d'oliva. Non abbiamo bisogno di interpretare i sogni, ci basta interpretare il menù del giorno. Tutta la tua impalcatura psicanalitica sul "ruolo materno", caro Sigmund, crolla miseramente non appena si superano i confini di una determinata latitudine.
Pensaci bene: la mamma calabrese non ti dà una carezza ma ti chiede: mangiasti fighiu? Questo è il senso del rapporto tra madre e figlio. Tutto il resto, comprese le tue nevrosi viennesi, è soltanto accademia.
Paolo Latella
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