L'eredità di Indro Montanelli: come un Caffè mi ha reso giornalista
Milano, anni Novanta. Una città che correva forte, tra il marmo della Galleria e il profumo di un futuro che sembrava scriversi tra i corridoi della finanza. Ero appena uscito da un ufficio in via Brera, sede dell’American Express. Il colloquio era stato un successo, di quelli che ti stampano in faccia il sorriso del "posto sicuro". Ma c’era un prezzo: per entrare nel tempio del credito avrei dovuto tradire la scuola, abbandonare i registri e quella cattedra vinta con il sudore dei concorsi. La banca non ammetteva amori divisi. Passeggiavo con il dubbio che mi mordeva lo stomaco. Prima di risalire in macchina verso Lodi, mi concessi una sosta al Caffè Zucca, l’osservatorio privilegiato di chi vuole sentire il battito di Milano. Mi sedetti a un tavolino, all'angolo che bacia Piazza del Duomo, e con la naturalezza di chi porta ancora il Sud nel cuore, ordinai: «Un doppio caffè lungo e un cornetto alla marmellata». «In effetti, a guardarlo bene, è proprio a forma di piccolo ...