L'eredità di Indro Montanelli: come un Caffè mi ha reso giornalista
Milano, anni Novanta. Una città che correva forte, tra il marmo della Galleria e il profumo di un futuro che sembrava scriversi tra i corridoi della finanza. Ero appena uscito da un ufficio in via Brera, sede dell’American Express. Il colloquio era stato un successo, di quelli che ti stampano in faccia il sorriso del "posto sicuro". Ma c’era un prezzo: per entrare nel tempio del credito avrei dovuto tradire la scuola, abbandonare i registri e quella cattedra vinta con il sudore dei concorsi. La banca non ammetteva amori divisi.
Passeggiavo con il dubbio che mi mordeva lo stomaco. Prima di risalire in macchina verso Lodi, mi concessi una sosta al Caffè Zucca, l’osservatorio privilegiato di chi vuole sentire il battito di Milano. Mi sedetti a un tavolino, all'angolo che bacia Piazza del Duomo, e con la naturalezza di chi porta ancora il Sud nel cuore, ordinai: «Un doppio caffè lungo e un cornetto alla marmellata».
«In effetti, a guardarlo bene, è proprio a forma di piccolo corno».
La voce era sottile, asciutta, tagliente come un foglio di carta velina. Mi girai. Di fianco a me, avvolto nel suo cappotto e in una dignità d'altri tempi, c’era lui: Indro Montanelli. Sorrideva a quella mia parola "straniera" in terra lombarda, dove il cornetto si trasfigura in brioche. In quel momento, tra il profumo del burro e l'aroma del caffè, iniziò una disquisizione che dai dolci passò rapidamente alla vita.
Gli raccontai di me. Del giovane calabrese salito al Nord con la valigia piena di libri e la voglia di insegnare. Gli confessai il mio dilemma: la sicurezza della banca o il richiamo della scrittura. Indro mi guardava con quegli occhi che avevano visto la Storia, ma che brillavano di una curiosità fanciullesca quando il discorso cadeva sulla scuola.
«I computer, caro Latella... mi spieghi come fanno a entrare nelle aule?» mi chiedeva nei nostri incontri successivi. Lui, l’uomo della Lettera 22, guardava a quelle macchine celesti con il sospetto di chi teme che l’algoritmo possa soffocare l’anima della frase. Eppure, ascoltava. Voleva capire come sarebbe stato il domani che io, da docente, avrei dovuto spiegare ai miei allievi.
Fu lui, tra un sorso di caffè e un’occhiata ai quotidiani della concorrenza, a spingermi verso il baratro meraviglioso del giornalismo. «Scriva,» mi diceva, «perché chi non scrive non lascia traccia, e chi scrive male offende il lettore». Avrebbe voluto che diventassi un professionista del mestiere, ma la vita ha le sue scadenze: un matrimonio alle porte, una casa ad Ossago Lodigiano, un mutuo che non ammetteva romanticismi assoluti.
Scelsi la sicurezza dell'insegnamento, ma non abbandonai mai la "sua" lezione. Nel 1999, quando finalmente divenni giornalista pubblicista, festeggiammo proprio lì, al nostro tavolino del Miani. Fu un brindisi sobrio, alla sua maniera, fatto di poche parole e molta sostanza.
Poi venne il tempo del silenzio. Gli ultimi due anni furono scanditi da telefonate rare, mentre la sua salute declinava. Ma ogni volta che oggi ordino un caffè, o che mi siedo davanti a una tastiera per denunciare le storture di quella scuola che tanto lo affascinava, sento ancora quel sorriso ironico.
Indro Montanelli non è stato solo un maestro di penna; è stato l'uomo che, davanti a un cornetto alla marmellata, mi ha insegnato che la vera libertà non sta nel conto in banca, ma nella capacità di osservare il mondo da un tavolino all'angolo della Galleria, con l'onestà di chi non ha padroni se non la propria coscienza.
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