La Repubblica dei somari in giacca e cravatta
Fa sorridere. Anzi, fa proprio ridere, se non ci fosse da piangere.
Quando ho iniziato a insegnare, i computer occupavano intere stanze e si masticava l’RPG e il COBOL. Da allora, senza chiedere un soldo a quel Ministero che oggi ci fa la morale, ho dovuto reinventarmi una dozzina di volte. Abbiamo attraversato il Basic, il Pascal, il Fortran, l’Assembler; siamo passati alla programmazione strutturata, poi a quella a oggetti con il Visual Basic e il linguaggio C. E mentre la politica si accapigliava sulle poltrone, noi studiavamo il Python, il Golang, l’architettura del Web, l’HTML, il CSS, JavaScript, l'ASP, il PHP, il Java e la gestione dei database in SQL. Il tutto coronato da un master biennale al Politecnico di Milano sulle nuove tecnologie.
Non pago di questo moto perpetuo, mi sono specializzato in Sicurezza informatica e ho ottenuto la qualifica di certificatore della Cisco Academy, per poter formare i ragazzi secondo i più alti standard industriali internazionali. Ed è precisamente per questo bagaglio legato all'informatica forense che sono iscritto all'Albo dei CTU del Tribunale di Lodi in sistemi informativi aziendali, chiamato a districare i pasticci digitali che lo Stato e la burocrazia non sanno nemmeno nominare. E poiché la cattedra e i tribunali non bastavano a colmare la mia perversa sete di verità e racconto, dal 1999 porto avanti la tessera di giornalista pubblicista e ho dato alle stampe diversi libri, consumando fiumi d'inchiostro per narrare le miserie e le virtù di questa nostra sgangherata Repubblica.
Sia chiaro: tutto rigorosamente a spese mie. Di tasca mia ho acquistato dieci computer, tra fissi e notebook, oltre a tablet e iPad, pur di non lasciare i miei studenti indietro. E come me hanno fatto centinaia di migliaia di colleghi in tutta Italia, preferendo il fango dello studio personale e autonomo alle rassicuranti e sterili passerelle dei corsi organizzati dagli enti convenzionati con la scuola, utili spesso solo a elargire qualche bollino di plastica.
Non ci siamo limitati ai codici binari. Ci hanno chiesto di essere psicologi, assistenti sociali, esperti di sicurezza, mediatori culturali. Abbiamo studiato l'empatia, la pedagogia, la sociologia, la psicologia, l'inclusione, il primo soccorso, la gestione dello stress, la disabilità, i DSA, i BES, i NAI. Siamo diventati specialisti della complessità umana, prima ancora che tecnologica.
Poi, la sera, accendi la televisione e vedi il politico di turno. Un miracolato della cabina elettorale, spesso privo di arte né parte, che si riempie la bocca di altisonanti riforme e sentenzia che "i docenti devono adeguarsi alla modernità".
Fa specie ricevere lezioni di modernità e competenza da un corpo politico che, se gli togli il ghostwriter, fa fatica a coniugare un congiuntivo.
Parliamo di statisti da talk-show che sanno contare fino a tre e, se per caso devono arrivare a quattro, cominciano a sudare freddo. Gente che confonde il Python con un rettile da zoo, i protocolli di rete Cisco con una marca di brodo e l'ingegneria informatica con il tasto "Invia" di WhatsApp, ma che si sente in diritto di pontificare sulla preparazione di una classe docente che è, nei fatti, tra le eccellenze assolute a livello mondiale.
Per comprenderlo basterebbe guardare dove vanno i nostri ragazzi quando escono dalle scuole superiori e dalle università italiane: vengono contesi all’estero perché possiedono una flessibilità mentale, un bagaglio di conoscenze e una profondità di competenze che altri sistemi scolastici, tanto decantati, si sognano. La scuola italiana funziona non grazie alla politica, ma nonostante la politica. Funziona per l'ostinazione romantica e un po' folle di una classe docente che spende lo stipendio per aggiornarsi e che cura le ferite della società nelle aule di periferia.
Tra un anno me ne andrò in pensione. Lascerò i computer del Bassi di Lodi, i colleghi e i miei ragazzi.
Lo farò con l'orgoglio di chi ha navigato quarantatré anni nella tempesta della conoscenza, lasciando volentieri ai somari di Palazzo il baccano delle loro parole vuote. Loro passeranno, come passano tutte le mode e i governi balneari. La vera scuola, quella vera che si fa nelle aule, resta.
Paolo Latella
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