Perché c’è bisogno del laboratorio nella scuola italiana

PERCHE' C'E' BISOGNO DEL LABORATORIO NELLA SCUOLA ITALIANA
Il passaggio dalla teoria alla pratica nella sua accezione più completa:
capire, imparare, conoscere, fare.


Il laboratorio prende le mosse dal fare dei bambini fino al raggiungimento di sperimentazioni complesse c/o le università italiane. In questo particolare momento storico se ne sente fortemente il bisogno; la sensazione di una deprivazione in questo senso, è sentita in maniera generalizzata tra gli operatori della scuola pubblica.

Invece bisognerebbe incentivare le attività di laboratorio, perchè laboratorio vuol dire anche condividere idee e pensieri tra gli studenti. Fare insieme, condividere significa spesso crescere. Privare agli alunni degli spazi laboratoriali o ridurli come è avvenuto in modo devastante con la riforma Gelmini e la “Buona Scuola” di Renzi (che ha confermato i tagli voluti del centro destra) hanno prodotto anomalie ed errori didattici, sempre e comunque a discapito dei nostri studenti con conseguente riduzione degli organici degli insegnanti.

L’osservazione degli alunni nei diversi momenti della giornata ci mostra in tutta evidenza le conseguenze derivanti da questa nuova realtà, in termini di atteggiamenti e di approccio alle esperienze.

Quali sono queste caratteristiche? Innanzi tutto l’estrema difficoltà a soffermarsi sulle cose. Gli alunni sono abituati (a volte forzati) a passare da una cosa all'altra in maniera sempre più veloce e frenetica ( a casa, ma, talvolta, anche a scuola). Così non sono più capaci di organizzare il loro tempo e vengono presi dall'ansia del “Cosa facciamo dopo?”. Questo li porta ad affrontare i compiti che li attendono con grande superficialità, sempre proiettati verso la prossima novità che li aspetta. Collegato a questo aspetto c’è quello della facilità nel fare le cose. Siccome bisogna andare di fretta tutto deve essere facile, sbrigativo.

Non si può perdere tempo ad allacciarsi le scarpe e così si fabbricano e si acquistano scarpe senza lacci. Ma in questa rincorsa alla facilitazione della vita, gli studenti hanno solo da perdere. Perché, come ci insegnano i grandi psicologi del novecento (da Piaget in poi), già i bambini imparano solo facendo (Pensiero operatorio). È legandosi i lacci delle scarpe o abbottonandosi la giacca che ciascuno di noi ha interiorizzato giorno dopo giorno, in maniera del tutto inconsapevole, ma non per questo meno efficace, i concetti di dentro/fuori, sopra/sotto.

È così che abbiamo imparato a confrontare quantità e qualità, a contare, a costruire quelle competenze che poi la scuola ha affinato e convogliato nei linguaggi specifici legati alle diverse discipline. Per questo è importante rivalutare il ruolo cognitivo del fare: di un fare concreto, legato a materiali, strumenti, gesti veri, anche simulati e virtuali.

Proprio in un momento come questo in cui tutto sembra finto e anche gli adulti fanno fatica a distinguere la realtà dal reality, è importante riportare i nostri studenti alla concretezza delle cose, al fare con perizia, con pazienza, con costanza.

La scuola deve rispondere in modo positivo a questa sfida se si mette in gioco proponendo percorsi all'interno dei quali gli obiettivi didattici si saldano strettamente a quelli di tipo formativo, in una prospettiva che rivaluta fortemente il legame con il territorio.

Il ruolo del “fare” 

Solo la scuola può consentire, agevolare, promuovere, il passaggio dalla teoria alla pratica nella sua accezione più completa: capire, imparare, conoscere, fare. Questo è (o dovrebbe essere) il senso, il significato, del fare concreto degli studenti. Ma questo è sufficiente perché i nostri studenti siano condotti verso traguardi di autonomia e apprendimento?

Il laboratorio deve essere inteso come il luogo del fare o è qualcosa di più? Sì, perché io credo che il fare dal solo non basti. L’attività concreta deve essere interpretata come contesto in cui l’azione stimola il pensiero, come strumento per la riflessione, come terreno di esercizio per porsi problemi e cercare soluzioni. E a loro volta, i problemi e le soluzioni, pur nascendo dall'operatività, devono indurre alla generalizzazione e all'astrazione, devono travalicare “il qui e ora” per andare a costituire quel bagaglio di competenze che può consentire nuove acquisizioni. Il fare per il fare, per il prodotto, per l’addestramento, lascia il posto al fare per pensare, per imparare, per scoprire. Il fare in laboratorio “costringe” la mente a pensare a ciò che sta facendo e questo consente di acquisire consapevolezza del proprio operare e a cercare soluzioni sempre più funzionali, a riconoscere strategie che testimoniano (che sono espressione e al contempo costruiscono e consolidano) il proprio modo di imparare, il proprio stile cognitivo, il proprio approccio alla conoscenza.

In fondo la scuola non ha il compito di formare tessitori, fornai, agricoltori, scienziati, musicisti…. la scuola ha un compito diverso, ben più importante: quello di utilizzare le esperienze e le discipline per formare le persone, per aiutarle a vivere meglio, per fornire gli strumenti che le mettano in condizione di imparare ad imparare in tutto l’arco della vita.

La scuola deve educare quel pensiero, lo deve rendere sempre più consapevole, sempre più libero e svincolato dalla situazione. Ma questo tipo di operazione mentale non è spontanea, né tanto meno automatica. Non si attiva semplicemente “per contatto” con esperienze, materiali, oggetti.

Il nostro lavoro consiste, dunque, nel creare ambienti che sostengano l’apprendimento, nello scegliere contenuti concettualmente dominabili in relazione alla fascia di età cui si rivolgono, nell’approntare e proporre strumenti (anche questi sia di tipo operativo, sia concettuale) che stimolino, negli alunni, quella riflessività che rappresenta la condizione per passare dal fare al saper fare.

Il filosofo Whittgenstein diceva: “La mia mano sa più della mia mente”. Di sicuro la mia mano è fondamentale, ma è nella mia mente che si formano concetti, categorie, strategie di azione. Perché questo passaggio si realizzi esiste però, una condizione imprescindibile: la scuola deve assumere la responsabilità di proporre (di costruire, se ce n’è bisogno) “esperienze di apprendimento mediato”(Boscolo). Di cosa si tratta? Gli alunni devono partecipare quotidianamente ad un’esperienza diretta, ma senza la mediazione culturale dell’adulto, difficilmente questa partecipazione sarà in grado di produrre apprendimento. D’altra parte non tutti gli interventi hanno lo stesso valore e la stessa efficacia in termini di produttività.

Perché l’intervento laboratoriale sia efficace deve rispondere a tre criteri: 

Deve essere intenzionale, non affidato al caso, all’estemporaneità, all’occasione. 
Deve avere il carattere della trascendenza, ovvero non puntare solo ad un risultato (che spesso si traduce in un prodotto) immediato, ma va considerato come il mezzo più idoneo per raggiungere un obiettivo più generale, che appunto lo trascende.
Infine deve trattarsi di un’esperienza significativa per chi la vive: gli oggetti, le esperienze non sono neutrali, devono avere un significato educativo e motivazionale.

La qualità dei processi non può essere separata dai contenuti: dipende in larga misura dalla loro scelta. La funzione docente degli insegnanti tecnico pratici nel sistema dell'Istruzione pubblica in Italia riveste un ruolo fondamentale.

I nuovi istituti tecnici e professionali, malgrado il moltiplicarsi degli indirizzi e delle articolazioni, vedono una profonda riduzione delle ore di laboratorio ed in particolare delle ore di insegnamento degli ITP. Da una prima analisi dei piani orario disponibili, si può immediatamente misurare l'effetto che gli stessi hanno sugli insegnamenti tecnici, sugli insegnanti di laboratorio (ITP), sui laboratori e sopratutto sugli studenti.

Dalla riforma Gelmini ad oggi si sono persi più della metà delle ore di laboratorio negli istituti tecnici e professionali e malgrado tutti i proclami sulla centralità dello studio delle lingue straniere anche i colleghi di conversazione in lingua straniera sono stati del tutto eliminati.

Non è assolutamente pensabile che si possano insegnare materie scientifiche e tecniche senza un’ampia e qualificata attività di laboratorio svolta da docenti tecnico pratici.

Mi auguro che il nuovo ministro dell’Istruzione, finalmente, attui una riforma dove l’attività di laboratorio e gli insegnati tecnico pratici vengano utilizzati trasversalmente dalla scuola dell’infanzia alla secondaria superiore di secondo grado.

“Utilizzare le esperienze e le discipline per formare i bambini, i giovani in persone, per aiutarli a vivere meglio, per fornire gli strumenti che li mettano in condizione di apprendere in tutto l’arco della vita”.

Paolo Latella
Insegnante e giornalista

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